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Autore
Pino Coduti
Tempo di lettura
5 minuti
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Dall’intervista a iLikePuglia: fotografia, memoria e autenticità

All’inizio di luglio ho avuto il piacere di essere intervistato da iLikePuglia, e da quella conversazione è nata una riflessione sulla fotografia come memoria, sulla sua autenticità e sul modo in cui racconta le persone.
iLikePuglia è una realtà editoriale pugliese che racconta cultura, territorio e storie delle persone.
La conversazione è partita dal mio percorso professionale, dai matrimoni, dal ritratto, dal reportage e dai progetti artistici che porto avanti da anni.
Rileggendo quell’intervista qualche giorno dopo, mi sono accorto di una cosa.
L’intervista era terminata, ma le riflessioni no.
Ogni risposta ne apriva un’altra. Perché, quando svolgi questo lavoro da oltre trentacinque anni, ti rendi conto che dietro una fotografia ci sono domande ancora più importanti della tecnica.
Perché fotografiamo?
Che cosa rende davvero significativa un’immagine?
Perché alcune fotografie continuano a emozionarci dopo decenni, mentre altre vengono dimenticate nel giro di pochi giorni?
Questo articolo nasce proprio da quelle domande.
Non vuole sostituire l’intervista, che ti invito a leggere integralmente, ma approfondire alcuni temi che considero il cuore del mio modo di intendere la fotografia.
La fotografia come memoria
Per molti anni si è detto che la fotografia servisse a fermare il tempo.
Oggi credo che la sua funzione sia ancora più profonda.
Una fotografia non blocca semplicemente un istante. Custodisce una relazione, un’emozione, una presenza. È un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che diventeremo.
Durante l’intervista mi è stata ricordata una frase che negli anni è diventata quasi una sintesi del mio lavoro:
“Fotografare è anche questo: fare un piccolo editing della memoria.”
È un’immagine che continuo a sentire profondamente mia.
La memoria umana non è un archivio perfetto. Seleziona, dimentica, collega episodi lontani tra loro. La fotografia compie una scelta simile. Non racconta tutto. Racconta ciò che merita di essere ricordato.
Ed è proprio questa responsabilità che rende il lavoro del fotografo molto più delicato di quanto possa sembrare.
Prima della macchina fotografica viene l’ascolto
Negli anni mi sono convinto che le fotografie più importanti nascano molto prima dello scatto.
Nascono durante una conversazione.
In un caffè condiviso.
In una telefonata.
In un silenzio.
Quando fotografo una coppia che sta per sposarsi, una famiglia, un professionista o una futura mamma, il mio primo obiettivo non è capire quale obiettivo fotografico utilizzare.
È capire chi ho davanti.
Ogni persona porta con sé una storia diversa, un carattere diverso, un modo diverso di vivere le emozioni.
Se non riesco ad ascoltare tutto questo, anche la fotografia rischia di fermarsi alla superficie.
L’ascolto, per me, è parte integrante del processo creativo.
Il reportage: raccontare senza interrompere
Nella fotografia di matrimonio questa filosofia trova la sua espressione più naturale.
Molte persone immaginano ancora il fotografo come qualcuno che dirige continuamente la scena.
Io preferisco un approccio diverso.
Mi piace osservare.
Aspettare.
Lasciare che le emozioni accadano.
Questo non significa essere invisibili o passivi.
Al contrario.
Significa essere presenti con discrezione, intervenendo solo quando serve e lasciando che gli sposi vivano davvero la loro giornata.
È quello che spesso definisco una regia invisibile.
Una guida leggera che accompagna senza togliere spontaneità.
Le fotografie che più amo nascono quasi sempre in questo equilibrio.
Il ritratto è un incontro, non una posa
Lo stesso principio vale quando realizzo un ritratto fotografico.
Che si tratti di un imprenditore, di un professionista, di un artista o di una famiglia, non parto mai dalla domanda:
“Come posso farlo sembrare migliore?”
Mi chiedo invece:
“Come posso raccontarlo con sincerità?”
Viviamo in un’epoca nella quale siamo continuamente esposti a immagini perfette.
Forse perfino troppo perfette.
Per questo credo che il vero valore di un ritratto non sia costruire un personaggio, ma permettere alla persona di riconoscersi.
Il complimento più bello che possa ricevere non riguarda la bellezza di una fotografia.
È quando qualcuno dice:
“Questa foto sono davvero io.”
L’autenticità nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha cambiato profondamente il modo in cui produciamo immagini.
È una trasformazione che seguo con grande interesse.
Come ogni innovazione, offre possibilità straordinarie.
Ma proprio questa evoluzione rende ancora più preziosa la fotografia autentica.
Un’immagine generata può essere esteticamente impeccabile.
Ciò che non può generare è l’esperienza vissuta.
Non può ricostruire il peso emotivo di uno sguardo tra padre e figlia pochi istanti prima della cerimonia.
Non può inventare il modo in cui una madre stringe il proprio bambino.
Non può raccontare una storia realmente accaduta.
La fotografia documentaria conserva un valore che nessuna tecnologia potrà sostituire.
È una testimonianza.
Prima ancora che un’immagine.
Perché continuo a credere nella stampa
Scorriamo migliaia di fotografie ogni settimana.
Molte restano sullo schermo il tempo di un gesto.
Poi scompaiono.
Per questo continuo a credere che una fotografia raggiunga il suo significato più pieno quando esce dal monitor.
Una stampa entra nelle case.
Vive accanto alle persone.
Invecchia insieme a loro.
Diventa parte della storia di una famiglia.
Le fotografie che restano
Forse è proprio questa la differenza tra un file e un ricordo.
Ripensando all’intervista di iLikePuglia, mi sono reso conto che, in fondo, tutte le domande portavano nella stessa direzione.
Non parlavano soltanto di fotografia.
Parlavano delle persone.
Di ciò che scelgono di ricordare.
Di ciò che desiderano lasciare ai propri figli.
Di ciò che continuerà a raccontare la loro storia quando il tempo sarà passato.
Negli anni ho avuto la fortuna di ricevere riconoscimenti internazionali, di esporre i miei lavori e di sperimentare linguaggi artistici come la fotografia all’infrarosso cromatico.
Sono traguardi che considero importanti.
Ma il riconoscimento più grande continua a essere un altro.
Ricevere, dopo molti anni, un messaggio da una coppia o da una famiglia che mi dice:
“Ogni volta che riguardiamo quelle fotografie, ci sembra di rivivere quel giorno.”
Se questo accade, significa che la fotografia ha fatto ciò per cui è nata.
Non soltanto mostrare.
Ma custodire.
L’intervista completa
Questo articolo nasce dalle riflessioni sviluppate dopo la conversazione con iLikePuglia. Se desideri leggere l’intervista integrale, nella quale racconto il mio percorso professionale, la mia idea di fotografia e alcuni dei progetti che porto avanti, puoi leggere:
Grazie a iLikePuglia per avermi dato l’opportunità di fermarmi a riflettere non solo su ciò che faccio ogni giorno, ma soprattutto sul perché continuo a farlo con la stessa passione di quando, da bambino, osservavo mio padre lavorare nello studio fotografico di famiglia.
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